di Valentino Ronchi
Tutta la mattina ha piovuto, e piovuto bene. Milano fradicia, e un po’ irrequieta di ombrelli e k-way, più frettolosa del solito. Pomeriggio, però, quando sono arrivato a casa di Francesco De Andrea, la pioggia era cessata e le strade di Calvairate si stavano asciugando in fretta, ricordandoci così che è primavera, la fine di maggio per esser più precisi. Sono sceso al capolinea del dodici, un tram che taglia Milano da una parte all’altra, raggiungendo luoghi fra loro molto diversi, tanto che lo si può vedere in Cairoli come a Calvairate come in Cenisio e Mac Mahon. Da ragazzo lo prendevo, per attraversare Milano da una parte all’altra, come un diametro passando per il centro. Quando è diretto a Ovest, ha in testa il titolo “Roserio”, che ci ricorda un po’ Testori che, come vedrete, non risulterà certo fuori tema della conversazione. “Molise” quando si rigira verso di qua, raggiungendo viale Molise, all’est città, dopo la traversata.
Io e Francesco – Franz, come molti lo chiamano – avevamo rinviato questo incontro un paio di volte, per diversi motivi, e come accade agli incontri rinviati è finito a cadere proprio il pomeriggio prima del suo spettacolo! Lui e Ignazio, il suo assistente, mi accolgono e ci mettiamo in sala, una sala bella e luminosa, coi libri, i quadri, le piante e un balconcino che dà sulla strada. Francesco non è per nulla preoccupato di dover incontrare il pubblico da lì a poco. Fa teatro da tanti anni, con la compagnia Atir, Teatro Ringhiera, associazione teatrale indipendente per la ricerca, nata nel 1996 dalla passione di sette neodiplomati della Paolo Grassi, e diretta da Serena Sinigaglia.
– Il teatro l’ho amato fin da piccolo – mi dice, come di una cosa familiare che ci si porta dietro da tanto tempo.
– Che bambino sei stato?
– Bravo! – dice, e non stento a credergli. – Andavo bene a scuola, mi piacevano le lettere, l’italiano. Mi piaceva andare a scuola.
– Qual è il ricordo più vecchio che hai?
– Mi ricordo un pomeriggio con i miei genitori, eravamo in un negozio di mobili, e li stavamo scegliendo. Avrò avuto quattro, cinque anni. Poi mi ricordo l’asilo e le elementari – e mi indica fuori, verso il balcone. Non sono lontane dall’appartamento dove ha sempre abitato, nel mio giro per il quartiere ci sono passato davanti.
– Io sono un curioso delle parole. Mi dici tre parole che ami particolarmente?
Francesco ci pensa un po’, ma neanche troppo, poi scrive:
– Amore, normalità e sentimento – sul suo tablet, nostro compare di intervista, oggi, strumento che alterna alla sua voce, integrando la conversazione con la scrittura. Poi aggiunge:
.- Sono parole che rimandano a un’altra parola: persona. Sono parole che non esistono senza la persona.
Già, è così, in effetti, gli confermo. E lui riprende, riallacciandosi a quanto appena detto.
– All’università ho studiato un libro di Konstantin S. Stanislavskij, Il lavoro dell’attore su se stesso. Lui dice che sono propri dell’attore intelletto, volontà e sentimento. Ma – aggiunge Franz – tutti devono avere queste tre cose, altrimenti non siamo niente.
E anche qui non gli do certo torto, ma il pensiero mi corre a quanto invece tutti quanti ne siamo in difetto, di intelletto, di volontà e di sentimento.
Poi la nostra intervista si trasforma, per così dire, e perde il filo e vola di qua di là senza le briglie delle domande: diventa più una chiacchierata, una chiacchierata di libri e racconti, come vecchi amici. Libri, autori – a un certo punto citavamo Seneca, non ricordo neanche più perché, come ci fossimo arrivati… – cani e gatti amati, e vacanze, che non sono lontane. Ci raccontiamo di estati in Liguria, tra Varazze dove è nata sua mamma e Varigotti, e di montagna, sopra Brescia, dove attualmente va regolarmente con un’associazione. Ci guardiamo anche qualche foto, ho con me il tablet anche io. Poi, quando si è fatta per me l’ora di andare, dobbiamo salutarci. Ma lo facciamo con l’idea di vederci di nuovo, e proseguire i nostri discorsi. E non posso dire che fuori sia uscito il sole, perché mentirei: ma certo anche le ultime nuvole mi pare se ne stiano andando.









